
L’utopia concreta di Nonantola
Un piccolo comune di 12.000 abitanti, in provincia di Modena, è divenuto nel tempo un prototipo di come problemi legati alla convivenza di culture diverse, ad uno sviluppo che si leghi all’accoglienza e alla cura del territorio possono essere efficacemente affrontati con pochissime risorse economiche e con un’ ingente mobilitazione di risorse sociali.
Nonantola, una realtà sociale ricchissima di iniziative e di effervescenza nella società civile, di capacità creativa delle sue istituzioni: dal 1994 il comune ha istituito la figura del consigliere comunale straniero aggiunto (in numero di due), uno dei pochi comuni italiani che può dire di avere risolto il problema abitativo per tutti i suoi cittadini, il primo Comune d’Italia ad aprire una ludoteca fin dal 1978, un comune che accoglie ogni anno la piccola comunità di giostrai zingari e che insieme agli anziani del paese provvede all’organizzazione della festa di arrivederci alla cittadinanza in occasione della loro partenza primaverile.
Un associazionismo stupefacente: su 12.000 cittadini circa 4.000 sono iscritti a una qualche associazione, e i 3.000 iscritti al “Centro sociale anziani” sono così numerosi perché molti appartengono anche a comuni circonvicini.
Quale è il segreto di Nonantola?
Non si tratta soltanto della tradizione della “sana amministrazione” secondo il cosiddetto “modello emiliano”.
C’ è qualcosa di più.
Una cittadina che grazie alla presenza dei nuovi immigrati ha saputo riscoprire e valorizzare la propria memoria storica. Una tradizione di ospitalità che si è rinnovata nel tempo, ma che ha radici lontane.
Siamo negli anni tra il 1942 e il 1943. A Nonantola c’è una villa che si chiama villa Emma, di proprietà di un ricco ebreo, che allontanandosi dall’Italia l’aveva messa a disposizione degli ebrei in difficoltà. L’arrivo dalla Jugoslavia di un centinaio di bambini ebrei, suscita l’ospitalità da parte della popolazione: a Villa Emma viene organizzata una specie di scuola. Dopo l’8 settembre arriva un comando tedesco, e quando viene perquisita villa Emma, non vi trova nessuno: i bambini sono stati portati in un convento, oppure ospitati di nascosto nelle case. La popolazione si organizza, i bambini vengono messi su un autobus e fatti passare come gitanti e riescono a scappare in Svizzera. Nel 1996 a Nonantola c’è stata una grandissima festa organizzata dal Comune per quei bambini ebrei ormai ultracinquantenni, tornati in visita al paese e alle famiglie che li avevano salvati, da Israele, dagli Stati Uniti e da altri paesi europei.
L’incontro ha lo scopo di favorire un incontro libero e “creativo” tra esponenti della comunità nonantolana (i due ultimi sindaci, i consiglieri stranieri aggiunti, la direttrice didattica, la presidente della “Consulta del volontariato”, la direttrice della ludoteca…) e operatori di Milano e della Lombardia (amministratori, studiosi, soggetti sociali del volontariato) per vedere, insieme, come “tradurre” quell’esperienza in idee che tengano conto della realtà dei nostri territori: nei quali spesso si vive una carenza di socialità, luoghi dell’immaginazione e di una progettualità condivisa, di pubblico dibattito a partire, anche, dal tema “immigrazione”. Territori dove, forse, c’è bisogno di qualche “buona notizia”, com’è quella dell’esperienza sociale di Nonantola.
L’incontro è promosso e organizzato dal gruppo La città delle differenze
Sabato 29 marzo 2003
Villa Pallavicini, al Quartiere Adriano, via Meucci 3
dalle 9.30 alle 13.30
con possibilità di pranzo da prenotare via e.mail:
per contatti e informazioni rivolgersi anche a Emanuela Cerveri, Sergio De La Pierre, Elena Granata, Chistian Novak, Mila Zanella