
Il 5 Settembre u.s. però i 170 rom rumeni del campo sono stati sgomberati dalle loro baracche. L’operazione, nonostante fosse nell’aria da tempo, si è svolta senza un minimo preavviso e con violenza: le famiglie hanno avuto appena il tempo di racimolare alcuni oggetti personali in sacchetti di plastica, prima che la solita ruspa demolisse insieme al campo un processo di costruzione in atto da tre anni, la cui qualità e forza è dimostrata dalla volontà delle stesse famiglie di proseguire nel lavoro comune, anche in seguito alle difficoltà sorte dopo lo sgombero. Nascerà infatti, a breve e ufficialmente, la cooperativa di lavoro, messa in piedi in questi mesi dagli abitanti del campo con la Casa della Carità, al fine di garantire lavoro regolare ad una decina di persone.
Non era quindi davvero possibile trovare prima dello sgombero soluzioni articolate e praticabili attraverso un normale e positivo dialogo vista anche la disponibilità che i rom hanno sempre manifestato?
Il giorno stesso dell’accaduto la Casa della Carità ha ottenuto che i rom fossero accolti in una struttura d’emergenza, e così una settantina di donne e bambini hanno accettato di essere trasportate al dormitorio di via Ortles. Altre 51 persone, che successivamente allo sgombero si erano invece accampate in una zona adiacente il campo, da lunedì 10 settembre sono state ospitate in emergenza alla Casa della Carità, nell’attesa che le istituzioni , le risorse imprenditoriali, il privato sociale trovino una soluzione al problema.
OGGI 24 settembre, dopo due settimane, si chiude l’ospitalità di emergenza che la Casa della Carità ha dato ai 51 rom sgomberati dal campo. In serata i 35 uomini (le donne e i bambini rimangono alla Casa) saliranno su un pullman per raggiungere parrocchie e associazioni che si sono rese disponibili.
LA RICHIESTA e l’auspicio della Casa della Carità è che l’ospitalità itinerante di questi uomini duri al massimo una settimana, in attesa che le istituzioni trovino una soluzione dignitosa anche se provvisoria. Una collocazione stabile per un mese che consenta ai nuclei famigliari di riunirsi e che permetta alla Casa della Carità di realizzare percorsi di autonomia abitativa per ogni famiglia, obiettivo finale di tutti i progetti di inclusione sociale che da tre anni si sviluppavano sul campo.