Villa Pallavicini


L'eresia delle "streghe diaboliche"e l'intolleranza religiosa

di Paolo Portone (direttore scientifico Centro insubrico ricerche etnostoriche)

 

Per l'Inquisizione medievale e poi moderna l'eresia, come la mitologica Idra di Lerna, aveva molteplici teste, tutte però riconducibili alla medesima matrice diabolica. La stessa stregoneria, un vero e proprio ibrido antico-moderno, coniato ex novo da inquisitori e demonologi nei primi decenni del XV secolo (si veda a tale proposito la monumentale opera collettiva "L'imaginaire du sabbat" di Martine Ostorero, Agostino Paravicini Bagliani, Kathrin Utz Tremp e Catherine Chène), fu ritenuta dalle massime autorità teologiche e giuridiche del tempo una eresia, anzi la peggiore delle eresie, poiché idolatrica e apostatica e incentrata sul culto del Diavolo. Le seguaci della Domina Ludi e della Bonae res furono nel giro di qualche decennio ascritte d'imperio nel novero delle seguaci di Satana (Giovanni Giorgetta), e ad esse attribuite tutte le nequizie commesse a "lumi spenti", tipiche delle accuse rivolte illo tempore ai primi eresiarchi (Mircea Eliade). Nella reductio ad diabolum operata dai custodi dell'ortodossia, catari e valdesi si vennero a trovare in compagnia delle cosiddette streghe, a tal punto che valdese o seguace della setta del barilotto (Sergio Pagano) nei primi decenni del Quattrocento divenne sinonimo di adepto della stregoneria diabolica (Filippo Tamburini). A differenza tuttavia delle eresie dottrinali, i cui seguaci in molti casi appartenevano ai ranghi delle caste dominanti, le persone appartenenti alla sectam strigarum provenivano in massima parte dai ceti subalterni, perlopiù donne, in molti casi detentrici informali di carisma (Jole Agrimi e Chiara Crisciani). Purtroppo, il perdurare di un pregiudizio positivista riduzionista, impedisce alla ricerca storica di avanzare nell'analisi di quel violento processo di acculturazione forzata che fu la caccia alle streghe, come qualche decennio fa aveva intuito Robert Mandrou e in seguito confermato sulla scorta delle sue ricerche, Robert Muchembled. Ancora di recente, studi pubblicati in prestigiose collane editoriali, continuano a misconoscere la reale posta in gioco di quell'epifenomeno della modernità che fu la persecuzione delle presunte adepte di Satana (Paolo Lombardi). Solo l'approccio antropologico è riuscito in parte a restituire dignità e originalità al mondo delle perseguitate, fatto di culti ancestrali e del perdurare di pratiche pagane, si pensi all'opera fondamentale di Cesare Bermani Volare al Sabba. Un lavoro che fa chiaramente comprendere la necessità di superare le perduranti barriere che dividono il lavoro degli storici da quello degli antropologi, apportando grazie alla ricerca sul campo un fondamentale contributo alla conoscenza della stregoneria folklorica, sottratta al paradigma demonologico inquisitoriale e riportata alla sua radice più arcaica. Quello che viene sbrigativamente definito "retaggio di una polemica passatista", la querelle sulla natura dell'Inquisizione e sulla sua funzione storica,soprattutto in relazione alla repressione di quella particolare forma di eterodossia che è andata cristallizzandosi nella maschera della strega diabolica, in realtà nel nostro Paese, per motivi "ambientali", non ha avuto neanche inizio, se non per sporadiche parentesi (l'età crispina o più di recente i movimenti femministi).Al contrario, a parte alcuni autorevoli interventi (Adriano Prosperi,Carlo Ginzburg ma anche Franco Cardini), in Italia si è passati corrivamente, tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90 del XX secolo, dalla leggenda nera a quella "rosada" (Rino Cammilleri) dell'Inquisizione (Prosperi). Si è molto e impropriamente utilizzata la storia (o meglio i pochi fatti a nostra conoscenza) della moderna inquisizione, quella riformata nel 1542, assai mite nei confronti delle "donnette di campagna" e delle loro superstizioni, per sdoganare la tesi della presunta tolleranza del tribunale di fede rispetto al foro secolare, soprattutto nei paesi passati alla Riforma. In realtà sappiamo che dietro alle scelte che portarono a una significativa inversione di rotta nella lotta contro le diaboliche e idolatriche superstizioni, ci furono ben altre ragioni; gli uomini che promossero questo cambiamento non furono certo campioni di mitezza (si vedano i casi di Scipione Rebiba e Giulio Antonio Santoro), ma furono animati dalla volontà di gestire senza eccessivi scossoni un sistema magico nella penisola, sostituendo nella lotta al maleficium, ai roghilo strumento "liberatorio" dell'esorcismo. Incrementando nella difesa dal Diavolo l'armamentario dei sacramentali, delle reliquie e del miracolistico (si veda a questo proposito la voce curata da Vincenzo Lavenia per il Dizionario dell'Inquisizione). Ciò che non si dice in questa leggenda "rosada", per motivi anche questi abbastanza comprensibili, a meno che non si pensi che il lavoro dello storico sia del tutto immune dalle posizioni politiche e religiose di chi lo svolge, è che cosa accadde prima. Sorvolare sull'operato dell'Inquisizione medievale in questa specifica materia, ha avuto un significato "ideologico" ben preciso: sminuire le responsabilità della Chiesa di Roma nella creazione del moderno mito della strega diabolica. Gli inquisitori e i demonologi domenicani (Girolamo Visconti), ebbero nel tardo Medioevo un ruolo fondamentale insieme ai predicatori francescani (Bernardino da Siena,cfr. Marina Montesano) nella costruzione , diffusione e infine nella identificazione in corpore vili attraverso i primi processi, della nuova figura ereticale, seguace di Satana. La strega diabolica nulla aveva più in comune con le antiche seguaci di Diana descritte nel Canon episcopi. Nella nuova visione, al contrario delle"povere illuse" altomedievali, ella si "recava realmente" a venerare la sua divinità, sorvolando nel buio della notte grandissimi spazi fino a raggiungere il luogo della tregenda o sabba. Colà in quanto volontaria adepta del Diavolo , si concedeva nel corpo e nell'anima al suo Signore, sottoscrivendo un patto che implicava la rinuncia alla fede cattolica e la sua totale sottomissione al nuovo culto idolatrico ed ereticale. In cambio, la strega otteneva quelle arti malefiche che la rendevano potente e temuta da ogni altro essere vivente, e con cui poteva in taluni casi guarire,compiere prodigi e addirittura intervenire sugli agenti atmosferici, provocando tempeste e grandinate, ma che, principalmente, le servivano per dare sfogo alla sua proverbiale malvagità, arrecando morte e confusione nel campo della cristianità. Questa nuova figura che nulla aveva a che vedere con la Stryx latina (Laura Cherubini),venne delineandosi nell'arco alpino a cavallo tra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento,in un area geografica dove entrarono in contatto le incipienti correnti riformatrici della Chiesa romana (Giuseppe Cocchiara) e il retaggio magico religioso tradizionale, sopravvissuto nei cosiddetti angoli oscuri del continente (Fernand Braudel). Come acutamente osservato da Pierrette Paravy, fu proprio l'incontro delle istanze modernizzatrici della Chiesa di Roma, nel periodo compreso tra la cattività avignonese e i concili di Costanza e di Basilea, con le "diaboliche superstizioni dei rustici" a determinare la nascita di quella specialità montanara che noi oggi conosciamo come stregoneria diabolica. Le diocesi pedemontane lombarde, piemontesi e liguri (e dall'altro versante delle Alpi, della Savoia, del Delfinato, del cantone del Vaud e di Losanna), furono il laboratorio in cui nacque concettualmente, nella mente dei difensori dell'ortodossia cristiana, la nuova eresia delle adepte di Satana. E non è certamente un caso che il fenomeno della persecuzione fu assai precoce proprio in queste aree dove è attestato il primo processo riconducibile all'accusa di stregoneria diabolica, quello milanese contro Sibillia e Pierina,così come non è altrettanto casuale il fatto che gli autori del Malleus elogiassero per la sua inflessibilità nel cacciare le streghe l'inquisitore di Como.
Di questi fatti gran parte dei non addetti ai lavori sono oggi totalmente all'oscuro, d'altronde basti dare un'occhiata a come è trattato l'argomento della caccia alle streghe nella manualistica a uso scolastico. Sul piano specialistico, a oggi non abbiamo ancora un censimento esaustivo dei processi, e soprattutto una prosopografia delle condannate,mentre siamo più avanti con gli studi sui loro persecutori.
Per cercare di dare un po' di visibilità alle vittime(reali) di un fenomeno che ha riguardato, eccome, anche il nostro Paese, con l'auspicio di arrivare un giorno a dare loro anche un volto,ci siamo dati l'obiettivo di porre una lapide alla memoria di chi scoprì di essere strega diabolica sotto i ferri della tortura. Con la speranza che questa si trasformi anche in un simbolo delle vittime anonime dell'intolleranza di tutti i tempi.

 

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